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La grande riforma sanitaria di Obama. Riflessione su un'inconsueta controtendenza

I conservatori americani giudicano questa vittoria di Obama sul Servizio Sanitario alla stregua di una nevicata di primavera, alle elezioni di novembre ribalteranno i rapporti di forza per restaurare il collaudato sistema di sempre, incentrato sul business. Comunque vadano le cose a novembre, una restaurazione non sarà semplice, poiché cercare di impedire una riforma, come hanno fatto dai tempi di Roosevelt, non è come togliere a 32 milioni di americani dei diritti ora acquisiti, sarà davvero difficile. Del resto è a questa maniera che da sempre si percorre la strada del progresso dei diritti civili nei Paesi democratici: lo zoccolo duro dei tradizionalisti ad oltranza viene travolto inesorabilmente dalla forza delle nuove idee. Che fine hanno fatto coloro che con importanti argomentazioni si opponevano all’abolizione dello schiavismo o al successo del motore a scoppio? Nessuno lo ricorda.

 

  Abbiamo dunque tante ragioni di essere contenti di questo successo dell’amministrazione Obama. In verità in molti hanno anche qualche ragione di preoccupazione, visto che in Italia la stanza dei bottoni è occupata dai migliori rappresentanti di quello zoccolo duro del conservatorismo che pensa al business selvaggio come al motore della società, ma alla fine soprattutto di se stessi. Molti di noi ricordano come si pensava agli Stati Uniti dal dopoguerra fino agli anni ottanta: quelli sono avanti a noi di almeno vent’anni! Gli USA sono il laboratorio sociale che, nel bene e nel male, ci consente di guardare avanti. Ebbene non è più così, non tanto perché gli Stati Uniti abbiano smesso di correre, quanto perché siamo noi ad aver smesso di rincorrere. Finché s’è trattato di riempire le nostre case di elettrodomestici e le nostre strade di automobili,  gli USA sono stati per noi il faro del progresso, ma quando gli USA investono nell’istruzione e nella ricerca, insomma per le future generazioni, il modello si scioglie, questo sì come neve al sole. 

 Sono propenso a dare ragione a coloro che da molto tempo affermano che non sia affatto vero che l’Italia sia stata e sia tutt’ora gregaria degli Stati Uniti. In realtà la nostra millenaria attitudine a soggiogare moltitudini e governare il mondo non nacque e non si spense con l’Impero Romano e la sua fine. In questa penisola nessun evento storico, anche di portata grandiosa, ha mai potuto distoglierci da quello che, in svariate forme, sembra essere il core italico: la furbizia come surrogato dell’intelligenza. Il Re della Foresta qua è la volpe, non certo il leone, da sempre.

Quando scrivo noi, intendo quello zoccolo duro di uomini e donne che, avendo come mito personale il conseguimento del potere, alla fine lo detiene divenendo di fatto classe dirigente, a dispetto di coloro che come mito personale hanno piuttosto le arti, le scienze, le lettere, il lavoro, la famiglia e insomma la vita stessa, nell’arte di coglierne le espressioni più genuine e, talvolta, immortali.

Dunque abbiamo importato idee e tecnologie e le abbiamo trasformate, applicate e spesso riesportate con l’aggiunta di un germe che di fatto le stravolge fino a svuotarle degli originari contenuti per farne uno strumento di potere e alla fine di business.

 Tornando, dopo queste riflessioni, ad Obama e alla sua grande vittoria, comprendiamo meglio come sia possibile che al di là e al di qua dell’Atlantico siano in tanti ad affermare che alla fine Obama è un comunista malamente travestito. Comprendiamo anche perché, in tema di sanità pubblica, noi siamo in controtendenza, tanto che questo governo ha in serbo una ‘riforma’ che aumenti il business delle assicurazioni sanitarie e, al pari di quanto stiamo vedendo per l’istruzione, tendente ad equiparare i servizi resi dai privati a quelli forniti dallo Stato, come se i fini istituzionali fossero o potessero essere sovrapponibili.

 

[Carlo Anibaldi – 22 Marzo 2010]

 

Pubblicato il 22/3/2010 alle 10.16 nella rubrica Diario.

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