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BLOG DI CARLO ANIBALDI - Come cambia la Democrazia al tempo della Grande Rete
CULTURA
2 luglio 2010
PERCHE' IL PENSIERO ANARCHICO OGGI

Anarchismo non è sinonimo di 'facciamo come ci pare', questo è lo stravolgimento di un'idea, oltre che di un termine. Il pensiero anarchico è sintetizzabile nella bella idea che vuole che ognuno sia così partecipe del bene comune da potersi governare da solo senza pregiudicare l'altro. Dunque nulla a che vedere con il comunismo o la democrazia rappresentativa, cui è sottesa l'idea che le masse siano incapaci di evolvere e dunque bisognose di essere 'governate', per lo più da persone bramose di potere e ricchezza personale.
Il terzo millennio è iniziato con una crisi profonda dei modelli e quasi sempre ciò è avvenuto perchè le idee, alla fine, camminano sulle gambe dei peggiori. Lo diceva già Lenin un secolo fà. Dunque non le idee mancano, ma uomini giusti che vogliano prendersi l'onere di occuparsi di politica, intesa come cura della cosa pubblica. E' un ossimoro, mi rendo conto, del genere 'mi sento vivo da morire'.
Infatti gli uomini 'giusti' generalmente stanno alla larga dalla politica, che è l'arte del compromesso e talvolta della sopraffazione.
Gli ideali anarchici sono utopici, ne convengo, ma non più di quelli della democrazia e del comunismo o del capitalismo. Alla base di tutto questo discorso c'è l'uomo e le sue possibilità evolutive. Dunque dobbiamo dare per scontato che le possibilità ci sono, perchè ci sono sempre state e ci hanno condotto fuori dalla barbarie e dalla legge della jungla. Sappiamo anche che la barbarie cova sotto la cenere ed è pronta a riprendere vigore ogni volta che gli uomini 'giusti' mollano.
Dunque non si tratta di ripulire il mondo dai furbi, dagli ignoranti, dagli egoisti e dai sopraffattori (questa è davvero utopia, poichè i percorsi di crescita sono individuali, c'è chi evolve in un anno e chi non gli basta una vita intera), ma di far sentire queste persone come si sente un fumatore in un parco di Santa Monica: un individuo antico.
In questa società occidentale gli 'antichi' sono invece al potere e radicano nelle menti deboli ideali da par loro e gli uomini 'giusti' si nascondono, poichè le minoranze sono perseguitate fino a che il mondo è guidato dai cosiddetti 'governanti'.
Ecco, spostare questi equilibri, capovolgere il sentire comune è il mestiere dell'Utopia.
Dal punto di vista anarchico è sbagliato perfino il concetto di 'maggioranza', alla base della democrazia. Un esempio paradossale per spiegarmi meglio. Secondo il principio di maggioranza gli handicappati dovrebbero strisciare su e giù per le scale e invece ha vinto il principio di minoranza, non puoi più costruire case e uffici con barriere architettoniche perchè non è vero che la maggioranza rappresenta il meglio per tutti.
I movimenti anarchici hanno anche frange che usano violenza, ritenuta commisurata alla violenza subita, ed è perlopiù diretta alle cose e non alle persone, allo scopo di richiamare l'attenzione dei media. Su questo si può discutere all'infinito, ne convengo, ma alla fine non ne risulta sminuito il principio base sotteso: chi intende 'governarci', inevitabilmente ci pensa e ci tratta come bestiame, altrimenti non avrebbe scelto di guadagnarsi da vivere 'governando' i propri simili.
Questo è ritenuto un principio da abbattere, filosoficamente parlando, come fu abbattuto quello della schiavitù, della segregazione razziale e del lavoro minorile, per dar posto al diritto all'istruzione, al lavoro e al suffragio universale. Tutto ciò è costato lacrime e sangue lungo centinaia di anni, in quanto non accade mai che si salga da qualche parte prendendo strade in discesa. La 'globalizzazione' non è,
come spesso i media tentano di farci credere, un fenomeno ineluttabile, ma il tentativo di riunire il potere in pochissime mani. Questa oligarchia, economica, finanziaria e politica, si propone di governare il mondo più di quanto stia già facendo. Dal punto di vista anarchico e dei movimenti no-global, tutti i movimenti e i partiti, portano acqua a quel mulino.
Il futuro penso possa avvalersi del pensiero anarchico, poichè sempre più persone non intendono vivere la propria vita all'interno di un gioco di ruolo, dove tutto è previsto, indirizzato, manipolato, finto.
Cito il pensiero anarchico poiché è una delle poche forme mentis slegate dal forte bisogno di essere servi o padroni o entrambi e dunque non liberi di considerare la nostra unicità e, alla fine, solitudine nell'universo.
Anarchia è sinonimo di Utopia esattamente come lo era la Democrazia al tempo di Cesare. Dunque nessuna utopia, ma un'alternativa, una possibilità. Il fatto che tale alternativa necessiti di una rivoluzione sociale è vero, ma non più di quanto furono necessari altri stravolgimenti sociali per l'affermarsi del capitalismo, del fascismo e del nazionalsocialismo.
L'idea che gli anarchici siano dei comunisti rivoluzionari è ovviamente falsa e fonte di confusione in coloro che sono in animo di sistemare etichette, ha comunque preso piede per via del fatto che ovunque ci sia stato da passare a vie di fatto per abbattere il potere costituito, gli anarchici c'erano e sempre in prima fila. A cominciare dalla Rivoluzione russa, ma anche prima.
In verità, gli anarchici semplicemente sanno che senza rivoluzione sociale qualunque cosa si faccia è un piacere allo statu quo, e allora si sono trovati spesso al fianco di movimenti rivoluzionari comunisti.
Gli anarchici non fanno una questione di potere buono e potere cattivo, dunque non possono essere comunisti esattamente come non possono essere nazionalisti. L'anarchia è anche altro... un modo di essere, una mentalità, un modo di vivere, un concetto e una visione differente della vita. E' autonomia, rispetto, solidarietà, universalità, tolleranza, insomma... se la conosci t'innammori, affermano con forza.
In vista di un sovvertimento sociale, gli anarchici sanno che opposte fazioni si contenderanno poi il potere. Per questa ragione la loro azione, diciamo 'prerivoluzionaria', è rivolta a promuovere il rifiuto di ogni forma di potere dell'uomo sull'uomo, a convincere insomma le masse che non esiste la necessità di essere servi o padroni, poichè questo assunto è solo un'invenzione di menti astute e antiche come il mondo, non una legge di natura.
                                                                                                                 

                                                                                                                                                 [Carlo Anibaldi - Maggio 2010]


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permalink | inviato da carlow il 2/7/2010 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica interna
16 dicembre 2009
PAPA' NON C'E' PIU', E' DIVENTATO UNA VERITA' NASCOSTA di Carlo Anibaldi

12 Dicembre 1969 – 12 Dicembre 2009

40° Anniversario della Strage di Piazza Fontana

 

 

 Le celebrazioni delle ricorrenze storiche portano con sé il ricordo di quanti, coinvolti nell’evento, hanno perso la vita perché l’evento si dispiegasse. La Storia procede con un susseguirsi di immagini, non a caso il più delle volte cruente, a causa dei forti radicamenti che si vanno a sconvolgere; è dunque per l’aprirsi di nuovi scenari che gli eventi divengono Storia. Non è questo il caso, poiché questa non è Storia, ma una Verità Nascosta.

 

 

 Sono molti coloro che datano l’inizio della cosiddetta ‘strategia della tensione’ o degli ‘opposti estremismi’ al 12 dicembre 1969, il giorno dell’esplosione della bomba alla BNA di Piazza Fontana a Milano, ma altrettanti sono convinti che questa datazione sia arbitraria ed emotiva, facendo infatti risalire l’inizio dei ‘Misteri d’Italia’  a qualche anno prima, quando ‘cadde’ l’aereo di Enrico Mattei, se non addirittura al 1° Maggio 1947, giorno della strage di Portella della Ginestra. La difficoltà di datazione di questo periodo oscuro della Storia d’Italia è probabilmente dovuta al fatto che la storia stessa della Repubblica è, fin dai primi giorni di vita, connessa alla storia dei nostri servizi di Intelligence che, come ogni Servizio di questo genere, non hanno, per definizione, la trasparenza fra i valori fondanti.

 

  Molti sono gli autori, giornalisti, osservatori e storici, che hanno scritto di questa orribile strage e del lunghissimo iter giudiziario che ne seguì. Quello che vogliamo invece fare qui oggi è rivolgere un pensiero alle vittime innocenti e ai loro familiari e cercare di vedere l’evento dal loro punto di vista, per quanto possibile.

 

 Le vittime di eventi bellici o rivoluzionari e perfino le vittime di incidenti di ogni tipo ed i loro familiari, si fanno alla fine una ragione, se così mi posso esprimere, di quanto accaduto, secondo una scala di consapevolezza che va dal futile all’eroico, passando per una moltitudine di situazioni intermedie che alla fine sono quelle sintetizzate negli epitaffi.

Ma cosa è umanamente misericordioso e sensato scrivere sulla lapide delle vittime di quella odiosa strage? E in quella delle vittime di altre stragi di quegli anni, che a centinaia non hanno potuto avere giustizia né comprensione terrena? Se mai esistesse un’altra forma di giustizia, a quella varrebbe la pena di affidarsi, ma temo non ci sia nulla oltre la legge del contrappasso, talvolta. Questa è la vera pagina nera di questa Repubblica: ci sono dei morti, tanti morti, che non sono né partigiani né fascisti, né rivoluzionari né oppressori, né guardie né ladri e al tempo stesso ci sono degli assassini che non sono finiti nella polvere, né in galera né davvero liberi, se mai hanno avuto una coscienza.

Queste lapidi sono bianche e immacolate, di marmo vergine, o tali dovrebbero essere, perché solo quando le vittime avranno giustizia ci sarà un epitaffio da incidere.

 

 Nel corso di vari processi penali è alla fine affiorata la dinamica scellerata dell’attentato e qualche manovale della morte e del dolore ha vissuto i suoi ultimi anni in prigione, ma questi processi sono stati utili, alla fine, per dare non giustizia, ma consapevolezza delle dinamiche e, attraverso queste, visione del disegno, questo sì, eversivo della volontà popolare.

 

 Come tutti sappiamo, fu all’inizio seguita, o meglio, creata, una ‘pista anarchica’ che vedeva la cellula anarchica milanese del Ponte della Ghisolfa, rappresentata dal ferroviere Giuseppe Pinelli, come l’ideatrice ed esecutrice dell’attentato alla BNA, insieme a quello che avrebbe dovuto dispiegarsi nelle stesse ore alla Banca Commerciale e che non produsse un’esplosione ed altri attentati dinamitardi che in quel giorno, fra Roma e Milano nell’arco di una cinquantina di ore, si verificarono. Queste cellule anarchiche, come ogni movimento di questo tipo in Italia e nel mondo, perseguono attentati dinamitardi dimostrativi, contro ogni potere costituito che limiti le libertà fondamentali dell’individuo. Ideali di violenza, senza meno assai discutibili, ma che per statuto fondante, mai avevano avuto lo scopo di spargere sangue ritenuto innocente. Dunque l’accusa fatta al Pinelli di aver organizzato un attentato tanto sanguinoso, col concorso della cellula romana, rappresentata da Pietro Valpreda, sconvolse a tal punto Giuseppe Pinelli, che durante un drammatico interrogatorio nei giorni successivi alla strage, alla Questura di Milano, cadde, non si sa quanto volontariamente o in seguito a malore, dalla finestra e ne morì. Questa la versione ufficiale della Questura.

 

 La contestazione alla versione ufficiale fu talmente accesa da parte degli ambienti dell’estrema sinistra legati all’organizzazione Lotta Continua, che ne scaturì la morte violenta del commissario Calabresi, ritenuto da questi il responsabile della morte, non creduta accidentale o suicidaria, del Pinelli.

 

 Nel corso di un ventennio di udienze in diversi processi, emersero circostanze incredibili. L’attentato doveva essere dimostrativo come altri in quel periodo, e fu organizzato dagli anarchici per un orario successivo alla chiusura della banca, ma infiltrati neofascisti dell’organizzazione Ordine Nuovo raddoppiarono la borsa e dunque le bombe, all’insaputa degli anarchici e soprattutto ne anticiparono lo scoppio in un orario di apertura al pubblico. Le carte processuali ci dicono anche di depistaggi, pedinamenti e infiltrazioni organizzate da fronde deviate dei servizi di intelligence. La data del 12 dicembre fu scelta in coincidenza con un viaggio a Milano dell’anarchico Valpreda. Un sosia del Valpreda fu fatto scendere da un taxi davanti alla BNA con una borsa. Testimonianze incrociate portarono all’arresto di Valpreda e alla sua incriminazione. Ma questo era solo il primo atto di una marcia di avvicinamento alla verità che durò un ventennio, senza peraltro produrre certezze processuali definitive sui mandanti occulti e sui loro inconfessati scopi eversivi.

 

 In questo 40° anniversario della strage, nel ricordare le diciassette vittime, il nostro pensiero va a questo modo di ‘diventare Storia’, un modo che toglie anche la dignità alla morte, che dissolve persone incolpevoli in una nuvola rovente e densa di verità nascoste. Questa nuvola è tutta italiana e purtroppo arriva da lontano, da quel dopoguerra che da noi è stato il più lungo del mondo intero. Un dopoguerra che per vili ragioni di realpolitik non ha potuto trovare pace, poiché non ha del tutto escluso dalla vita civile e dalle Istituzioni, personaggi e burocrati del disciolto partito fascista e della Repubblica di Salò, che per nulla avevano in animo amore per questa nuova Nazione, facendone anzi, in varie e documentate circostanze, i fondatori e gli alti funzionari dei neonati Servizi di Intelligence. Queste furono le scellerate premesse da cui derivò un sessantennio di Misteri d’Italia, che passano impuniti per la morte di Enrico Mattei, Mauro De Mauro, Pierpaolo Pasolini, Mino Pecorelli ed altri e che oggi ci costringono a commemorare queste ed altre vittime senza ‘parte’, senza ‘causa’, senza barricate, senza ideale o bandiera, di fronte alle quali altro non possiamo fare che chinare il capo per la vergogna.

 

 

 

 

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